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Thursday, 25 October 2018


COMUNICATO STAMPA

STRASBURGO – ACERBO (PRC): “PARLAMENTO EUROPEO APPROVA RISOLUZIONE CONTRO VIOLENZE FASCISTE. LEGA VOTA CONTRO”

Maurizio Acerbo, segretario nazionale di Rifondazione Comunista – Sinistra Europea, dichiara:

“Siamo molto orgogliosi della nostra eurodeputata Eleonora Forenza e del suo lavoro per arrivare all’approvazione, oggi a Strasburgo, di una risoluzione che denuncia le violenze di stampo neofascista e neonazista in tutta Europa. Come appunto il caso di cui è stata vittima Eleonora, con Antonio Perillo e altri compagni, a Bari, poche settimane fa.

Denunciamo che tra i parlamentari che hanno votato contro la risoluzione ci sono quelli della Lega del ministro Salvini, che semina odio e xenofobia e si conferma connivente dei gruppi neonazisti e neofascisti che andrebbero banditi secondo la Costituzione.

Ancora una volta grazie a Eleonora Forenza e alle altre femministe e relatrici del testo comune approvato oggi a larga maggioranza a Strasburgo”.

25 ottobre 2018


Data

Title: Strasburgo, Acerbo: “Parlamento europeo approva risoluzione vs violenze fasciste. Orgogliosi della nostra eurodeputata. Lega vota contro”
Link: http://www.rifondazione.it/primapagina/?p=36088
Source: Rifondazione Comunista
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Date: October 25, 2018 at 06:39PM

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“RISOLUZIONE APPROVATA!
con 355 voti a favore, 90 contrari e 55 astenuti è stata appena approvata la risoluzione che condanna le violenze neofasciste e, tra l’altro, promuove la messa al bando delle organizzazioni neo fasciste e neo naziste.
E’ una grandissima vittoria!”. Con queste parole la nostra eurodeputata Eleonora Forenza ha annunciato oggi il sì del Parlamento Europeo al testo contro le violenze dei gruppi neonazisti e neofascisti, come quella di cui è stata vittima in prima persona, insieme ad Antonio Perillo, a Bari, poche settimane fa.

Qui il testo della risoluzione.

Di seguito il comunicato stampa di Eleonora Forenza:

Comunicato stampa
FORENZA (GUE/NGL): “Parlamento Europeo approva risoluzione contro violenza neofascista in Europa. Una vittoria storica” 
Strasburgo, 25 ottobre 2018:  Il Parlamento Europeo in seduta plenaria ha approvato una risoluzione comune dei principali gruppi politici (GUE, S&D, Verdi, ALDE e PPE) che richiede la messa a bando delle organizzazioni neonaziste e neofasciste in Europa. Lo annuncia l’eurodeputata Eleonora Forenza (GUE/NGL): “ La risoluzione condanna tutti gli attacchi violenti dei gruppi neofascisti e neonazisti in Europa, non ultimo quello accaduto la notte dello scorso 21 settembre a me, al mio assistente Antonio Perillo e altri per mano di un gruppo di Casapound di Bari. Il testo chiede all’Ue e agli Stati membri di garantire che siano effettivamente bandite le organizzazioni neonaziste e neofasciste e qualsiasi tipo di fondazione e associazione che glorifichi il fascismo e il nazismo. Era dal 1999 che una risoluzione del genere non veniva approvata, ed è una posizione importante del Parlamento in vista delle prossime elezioni. E’ un risultato enorme, ottenuto anche con la collaborazione di altre due femministe come Ana Miranda (Verts/ALE) e Soraya Post (S&D), e le relatrici degli altri gruppi politici Cecilia Wikström (ALDE) e Róża Gräfin (PPE). Il femminismo si conferma essere il principale e più potente antidoto contro il fascismo, il razzismo e il patriarcato. Una vittoria storica, no pasaran!”

Data

Title: Forenza: Parlamento Ue approva risoluzione contro violenza neofascista. Una vittoria storica!
Link: http://www.rifondazione.it/primapagina/?p=36080
Source: Rifondazione Comunista
Organization:
Date: October 25, 2018 at 03:47PM

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Compagne e compagni,

Il tempo sta passando e ci sembra che il termometro della politica nazionale ed internazionale segni temperature allarmanti: chiamiamo ad un semplice principio di responsabilità e di impegno concreto, sostenibile e democratico, tutte le donne e gli uomini, movimenti, partiti, gruppi, coordinamenti, che avevano avvertito nel processo costituente di Potere al Popolo! un passo diverso; ma che, dallo sviluppo di quel processo, sono rimasti deluse/i e disorientate/i.

Non è mutato è il nostro desiderio di pensare e fare politica insieme. In molte/i abbiamo chiesto a quello che è diventato – in seguito a vari abbandoni – il gruppo “di maggioranza” di Pap di interrompere una conta divisiva e di ritrovare le ragioni fondative dello stare insieme.
Le pratiche di una comunità sono indicative del modello di società cui si tende: il richiamo al rispetto delle regole democratiche non è nato da una linea politica alternativa, ma dall’esigenza di tener dentro in maniera limpida i presupposti su cui Pap è nato. 
Il nostro non è stato il tentativo di arenarci su una questione formale, ma il frutto della convinzione che fretta, modalità sbrigative, omissioni – quando non alterazione della realtà-, assenza di trasparenza e di rispetto per storie e persone, hanno segnato un passo falso indelebile, destinato a riproporre quelle stesse caratteristiche nella gestione dell’intero percorso, compromettendone il futuro; affermiamo questo convinti che l’idea e il bisogno che hanno portato a Pap siano ancora, e più che mai, vivi.

Abbiamo una proposta, che fin da ora dichiariamo di non essere proprietà di nessuno, ma di tutte/i coloro che si erano sentite/i rappresentate/i da un manifesto che diceva no alle egemonie, no ad un processo verticistico. Sì all’unione delle forze, alla connessione delle vertenze, ad una politica che sia partecipazione attiva, condivisione di percorsi differenti in un soggetto plurale, che valorizzi ciò che unisce e non ciò che divide. Ci impegniamo – mettendoci la nostra faccia e tutta la nostra energia – a fare in modo che le parole del manifesto di Pap, quelle alle quali ci siamo inutilmente aggrappati nell’estremo tentativo di rimanere coese/i, possano avere vita e respiro, possano configurare una realtà praticabile: facciamo tutte/i un passo indietro per farne – insieme – uno, più lungo, in avanti.
Siamo deluse/i, ma non vinte/i. Vogliamo, invece, continuare ad esserci. Non sopravvivere, ma vivere insieme. Ci rivolgiamo a quante/i, come noi, hanno creduto che insieme è possibile raccogliere e nobilitare il variegato “popolo della sinistra dal basso”, al di là delle storie e delle generazioni. Identità di partito e pratiche di mobilitazione, protagonismo dei territori, mutualismo, lotte di settore, impegno intellettuale non possono e non devono diventare elementi incompatibili, che escludano la possibilità di una comunità solidale, che pensi ed agisca in una direzione comune. Per questo ci impegneremo a tenere tenacemente aperti spazi praticabili di confronto democratico. Affinché la lotta al razzismo, l’antifascismo, la dignità del lavoro, la solidarietà, la partecipazione, l’antiliberismo, l’uguaglianza orientino la nostra quotidiana militanza politica.

Solo un percorso pluralista e veramente aperto e inclusivo potrà dare una risposta efficace e coerente ai bimbi di Lodi, ai migranti di Riace, alle morti quotidiane sul lavoro, allo smantellamento di scuola e sanità pubbliche, alla devastazione del territorio, all’ennesimo condono che promuove a sistema l’illegalità, alla logica del profitto che stritola nei suoi ingranaggi esistenze e principi. 
Non ci appartengono le deviazioni che hanno imbrigliato e talvolta distrutto vite individuali e collettive e governato il cambiamento antropologico che ha favorito l’abbandono della politica e la celebrazione di un individualismo silente e remissivo. 
E non considereremo mai nostri interlocutori coloro che per anni hanno cercato di dissimulare la propria collusione con il liberismo e l’austerità.

Facciamoci forti della socializzazione di idee e conflitti che sono stati in campo e lo sono tuttora. Delle centinaia di migliaia di donne e uomini scese/i in piazza contro le guerre o per la difesa dell’articolo 18. Delle tante voci che hanno invocato un’altra Europa, fondata sul modello sociale frutto delle lotte e non della loro negazione. Di chi soffre la crisi di una democrazia che il capitalismo finanziario sta buttando via come un ferro vecchio. Di chi ha continuato a difendere la dignità del lavoro e l’equità sociale e si è opposta/o al Jobs Act e alle leggi precarizzanti. Di chi ha presentato una legge di iniziativa popolare per un vero reddito di cittadinanza. Desideriamo parlare con chi si batte contro i trattati commerciali liberisti, i paradisi fiscali, contro l’onnipotenza della finanza e per una patrimoniale sulle ricchezze e la progressività fiscale. Con chi difende il pubblico e a volte vince, come nel referendum sull’acqua bene comune. Con chi difende la Scuola della Costituzione, in una lotta sempre più difficile. Con chi ripudia davvero la guerra. Con i comuni ribelli che non accettano lo scempio sociale e umano. Con le donne che lottano per l’autodeterminazione. Con chi lotta contro grandi opere che devastano territori e vita. Con chi avversa l’omofobia.
Questo e molto altro: un patrimonio immenso, che però da troppo tempo non riesce a dialogare, fare massa, costituirsi come alternativa. Per questo (vi) scriviamo.
I tentativi fatti sono stati tanti, tanti gli errori: proviamo a mettere in comune ciò che abbiamo imparato. Guardiamo a ciò che si muove in Europa, dalla confluenza spagnola alla grande piazza di Berlino, senza indulgere in impossibili imitazioni. La ricerca delle/i tante/i e non l’autoconsolazione delle/i poche/i siano la chiave. 
Per questo partiamo da due parole semplici per confrontarci: “compagne e compagni”. Parole che uniscono, sapendo che tutto il resto è – appunto – da fare insieme.
Se pensate che queste parole vi riguardino, vi proponiamo di ritrovarci ed ascoltarci.

Marina Boscaino, Roberto Musacchio, Maurizio Acerbo, Michela Becchis, Clarissa Castaldi, Natale Cuccurese, Giuseppe Di Lello, Soccorsa Sabrina Di Carlo, Enzo Di Salvatore, Ilaria Dusi, Lorenzo Falistocco, Paolo Ferrero, Eleonora Forenza, Dino Greco, Tonia Guerra, Guido Liguori, Citto Maselli, Sandro Medici, Giulia Pezzella, Rosa Rinaldi, Sandro Targetti, Sara Visintin

per adesioni all’appello: compagneecompagni@gmail.com 

la pagina Facebook di Compagne e compagni 


Data

Title: Compagne e compagni, un appello
Link: http://www.rifondazione.it/primapagina/?p=36076
Source: Rifondazione Comunista
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Date: October 24, 2018 at 11:18PM

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Wednesday, 24 October 2018


UNITI E SOLIDALI CONTRO IL GOVERNO, IL RAZZISMO E IL DECRETO SALVINI

Ore 14 piazza della Repubblica, Roma

L’assemblea che si è svolta domenica 14 ottobre a Roma, dopo un’intensa discussione che ha fatto emergere l’urgenza di una presa di parola collettiva contro la deriva razzista e fascista del paese, ha deciso di lanciare una sfida al governo cogliendo il tempo della conversione in legge del Decreto Salvini su immigrazione e sicurezza, considerato un preoccupante attacco generalizzato ai diritti e alle libertà di tutti e tutte.
Di seguito i punti della piattaforma approvata e l’appello a tutte le realtà sociali e politiche, ai cittadini e alle cittadine di aderire e partecipare.

*************

È il momento di reagire, mobilitarsi e unirsi contro gli attacchi del governo, a cui Minniti ha aperto la strada, contro l’escalation razzista e il decreto Salvini che attacca la libertà di tutte e tutti.

- Per il ritiro immediato del Decreto immigrazione e sicurezza varato dal governo. NO al disegno di legge Pillon.

- Accoglienza e regolarizzazione per tutti e tutte.

- Solidarietà e libertà per Mimmo Lucano! Giù le mani da Riace e dalle ONG.

- Contro l’esclusione sociale.

- No ai respingimenti, alle espulsioni, agli sgomberi.

- Contro il razzismo dilagante, la minaccia fascista, la violenza sulle donne, l’omofobia e ogni tipo di discriminazione.

Per queste ragioni convochiamo una MANIFESTAZIONE NAZIONALE pacifica, solidale, accogliente e plurale per sabato 10 novembre a Roma.

Piattaforma approvata dall’assemblea antirazzista del 14 ottobre a Roma

10 novembre


Data

Title: 10 NOVEMBRE, MANIFESTAZIONE NAZIONALE A ROMA
Link: http://www.rifondazione.it/primapagina/?p=36071
Source: Rifondazione Comunista
Organization:
Date: October 24, 2018 at 05:59PM

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Rifondazione Comunista sostiene e invita a partecipare allo sciopero generale nazionale del 26 ottobre proclamato da sindacati di base CUB, SGB, SI COBAS, USI AIT, Unione Inquilini e ne sostiene le rivendicazioni.
Lo sciopero infatti è indetto per aumenti salariali, contro il precariato, lo sfruttamento e le morti sul lavoro, per l’abbassamento della età pensionabile e la riduzione dell’orario di lavoro, per la piena rappresentanza nei luoghi di lavoro, per la difesa del diritto di sciopero, per i diritti alla salute, alla casa, alla istruzione, alla mobilità pubblica, contro le privatizzazioni, contro le spese militari e le missioni militari all’estero, contro ogni discriminazione e razzismo, per l’uguaglianza di genere e la solidarietà tra i popoli, contro le politiche economiche che fanno ricadere sulle classi popolari tutti i sacrifici e i tagli.
Solo una ripresa su scala generale del conflitto sociale e delle lotte a partire dalla difesa degli interessi della classe lavoratrice e dei beni comuni può rompere l’attuale quadro politico desolante segnato dallo scontro tra due destre, quella che tifa Orban e quella che sta dalla parte di Moscovici e Junker.
E’ benvenuto lo sciopero del 26 ottobre come ogni mobilitazione in cui lavoratrici e lavoratori tornano protegonisti in prima persona della lotta per i propri diritti. Occorre la mobilitazione più larga possibile contro un governo che dal suo insediamento e con l’approvazione della cosiddetta “Manovra del Popolo” sta tentando di saldare politiche razziste con misure solo apparentemente a favore dei “ceti popolari”. Basti pensare alla mancata abolizione della legge Fornero, al ritorno dei voucher, al fatto che l’articolo 18 non sia stato reintrodotto e che non vengano eliminato il precariato, alla politica fiscale in favore di ricchi ed evasori, alla marcia indietro sulle grandi opere e sulle spese militari. Vogliamo per questo contribuire alla riuscita dello sciopero del 26 ottobre per moltiplicare le mobilitazioni e favorire una nuova unità di classe contro il razzismo e per diritti, lavoro e salario.
 
Maurizio Acerbo, segretario nazionale 
Enrico Flamini, responsabile nazionale Lavoro 
Rifondazione Comunista – Sinistra Europea

 

 26 ottobre 2018 Sciopero Generale promosso dai sindacati di base CUB, SGB, SI COBAS, USI AIT.

Manifestazioni nelle seguenti città: 

Milano : corteo da Largo Cairoli h 9.30
Taranto: corteo da Piazzale Democrito h 10.00
Torino: corteo da Porta Nuova h. 9.30
Roma: presidio Piazza Montecitorio h 9.00
Firenze: corteo da Largo Arrigoni h 9.30
Catania: corteo da Piazza Stesicore h 9.30
Napoli: corteo da P. Mancini (P. Garibaldi) h.10
Palermo: corteo Piazza Vittorio Veneto h 9.

sciopero 26


Data

Title: Sosteniamo lo sciopero dei sindacati di base del 26 ottobre
Link: http://www.rifondazione.it/primapagina/?p=36067
Source: Rifondazione Comunista
Organization:
Date: October 24, 2018 at 05:24PM

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Tuesday, 23 October 2018


di Lidia Menapace
  ll più maschilista e patriarcale dei governi che la Repubblica ha avuto da che esiste ha emesso il suo Diktat  anche sull’aborto, come se in proposito non vigesse una legge, che si intitola correttamente “Legge per la tutela della maternità e sull’interruzione volontaria di gravidanza”, la famosa 194. il cui fine primario è la tutela della maternità: si chiede che il governo rispetti l’ordine d importanza degli argomenti già previsti da leggi vigenti e si pronunci sul loro mantenimento o cambiamento e comunque che cosa ha fatto o propone per la tutela della maternità che è il primo dei fini che la 194 si prefigge.
Non mi ricordo che Di Maio abbia mai  detto “cittadine, figlie  bambine”, come se esistessero solo cittiadini,figli, bambini. Mi si risponderà che la regola è come Di Maio la usa, ed è vero, la regola grammaticale recita: “in italiano nelle concordanze PREVALE IL MASCHILE COME GENERE PIU’ NOBILE”: E IL GOVERNO CHE VUOL ESSERE CHIAMATO ‘DEL CAMBIAMENTO’, NON TROVA NE’ TEMPO NE’ INTERESSE A CAMBIARE UNA REGOLA DELLA GRAMMATICA, fissata nel 15° secolo dai grammatici.
Ci si chiederà perchè le donne non abbiano protestato: erano analfabete, e così si capisce che se a uno o una viene celato il suo  diritto, ne viene celata o resa più difficile pure la richiesta e che ad avere da governare un popolo la cui maggioranza è analfabeta è più facile portarlo dove si vuole.
Solo di recente la legge sull’obbligo scolastico è fatta valere anche per bambine e ragazze e con ciò si è avuto il “sorpasso”, cioè si  è constatato che le donne sono la maggioranza in ogni ordine e grado di scuola, come dice una dichiarazione di un paio d’anni fa del Consiglio di sicurezza delle N.U. che afferma: “LE DONNE SONO ORMAI  STABILMENTE LA MAGGIORANZA DELLA POPOLAZIONE DEL PIANETA E DI OGNI PAESE CHE LO COMPONE” emessa su richiesta fatta dalle donne che lavorano a New Jork nel Palazzo di vetro.  
Dunque prima di fare affermazioni non provate il governo del cambiamento cambi – di grazia – o aggiorni la sua ignoranza in proposito agli argomenti sui quali vuol presentare al Parlamento proposte di legge. Grazie Lidia

Data

Title: Ovvio! Attenzione!
Link: http://www.rifondazione.it/primapagina/?p=36064
Source: Rifondazione Comunista
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Date: October 23, 2018 at 08:28PM

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di Roberta Fantozzi e Maurizio Acerbo, responsabile nazionale Politiche economiche e segretario nazionale di Rifondazione Comunista – Sinistra Europea, dichiarano:

«Siamo stati gli unici a scendere in piazza nel 2012 contro il Fiscal Compac, sin dalla sua approvazione l’abbiamo considerato una follia. Non concordiamo dunque in nessun modo con la Commissione UE che boccia la manovra del governo, in nome della prosecuzione dell’austerity.

Ma non concordiamo neppure con una manovra che premia gli evasori con un nuovo condono, diminuisce ancora le imposte sui profitti mentre non dà nulla alle lavoratrici e ai lavoratori dipendenti, fa nuovi e pesanti tagli che vanificano la propaganda sugli investimenti, non si preoccupa in nessun modo di creare nuova occupazione.

Persino il “reddito” diventa una misura che obbliga ad accettare qualsiasi lavoro e che forse si tradurrà in ulteriori ingenti trasferimenti di risorse alle imprese.

Mentre sulle pensioni, in attesa di conoscere il merito effettivo dei provvedimenti ad oggi ignoti, quota 100 (che poi diventa 101, 102.. ) non  è l’abolizione della Fornero e non dà soluzioni né alle donne, né ai giovani. Ovviamente su tutto, siamo ancora in attesa dei testi.

Intanto lavoriamo per un’alternativa che sconfigga realmente le disuguaglianze: contrasto alla grande evasione, progressività del prelievo, patrimoniale sulle grandi ricchezze, un piano per il lavoro e la riconversione ecologica dell’economia, taglio alle spese militari, un vero reddito minimo, la reale abolizione della legge Fornero».

 

 

23 ottobre 2018


Data

Title: Manovra – Prc: «Né con la Commissione UE, né con il governo. Ci vuole un’alternativa».
Link: http://www.rifondazione.it/primapagina/?p=36061
Source: Rifondazione Comunista
Organization:
Date: October 23, 2018 at 05:47PM

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COMUNICATO STAMPA
CASAPOUND – ACERBO (PRC): «SGOMBERARE I FASCISTI. BASTA IMPUNITÀ PER CASA POUND»
Maurizio Acerbo, segretario nazionale di Rifondazione Comunista – Sinistra Europea, dichiara:
«Questo è un paese che funziona al contrario: si arresta un sindaco onesto come Mimmo Lucano mentre Casa Pound può impunemente minacciare di “un bagno di sangue” i finanzieri mandati dalla Corte dei Conti.
E’ mai possibile che gli unici che non si riesce a sgomberare nè si vuole sgomberare a Roma siano i fascisti?
Quando si parla di migranti, rifugiati, Rom o occupanti di case, il Comune e lo Stato stranamente riescono sempre nei loro intenti…
E’ vergognoso che gruppi violenti come Casapound vengano lasciati tranquillamente occupare da anni un grande stabile a pochi passi dalla Stazione Termini: queste organizzazioni che sono in palese contrasto con la Costituzione antifascista dovrebbero essere sciolte. Gli ultimi episodi di violenza, a partire da quello di cui è stata vittima anche la nostra Eleonora Forenza a Bari, hanno dimostrato ancora una volta di che pasta sono fatti questi nipotini di Mussolini e Hitler. Come nei primi anni ’20 gli squadristi godono di protezioni e impunità».

23 ottobre 2018


Data

Title: Sgomberare i fascisti. Basta impunità per Casapound
Link: http://www.rifondazione.it/primapagina/?p=36057
Source: Rifondazione Comunista
Organization:
Date: October 23, 2018 at 04:08PM

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Il 23 ottobre la legge per l’allargamento del regime della legittima difesa inizierà dal Senato il suo iter parlamentare. Questa proposta metterà a rischio la sicurezza, fondandosi sull’assenza totale di bisogni reali di prevenzione criminale.

Da qualche mese abbiamo lanciato una petizione popolare con la quale chiediamo al Parlamento di non approvare la legge. Attualmente 27.000 persone la hanno già firmata. In vista dell’approdo al Senato vogliamo rilanciare alcune iniziative per far sentire forte la nostra voce.

Mobilitati con noi. Ecco come puoi farlo:

  1. Puoi farlo su twitter. Il 23 ottobre a partire dalle ore 10.00, pubblica un tweet con questo testo “Contro la liberalizzazione dell’omicidio, contro il Far West in Italia, no alla legge sulla legittima difesa #NoFarWest”, oppure con un testo a tua scelta. Ricorda solo di utilizzare l’hashtag #NoFarWest.
  2. Puoi farlo su tutti i social. Cliccando su questo link trovi un foglio A4: stampalo, fatti una foto e condividila sui tuoi account twitter, facebook o instagram, ricordandoti di utilizzare l’hashtag #NoFarWest nel testo che deciderai di scrivere per accompagnare la foto.
  3. Puoi farlo via mail. Sempre già da oggi puoi scrivere ai Senatori della Commissione Giustizia una lettera nella quale gli chiedi di non approvare questa legge. Qui trovi il testo della lettera che abbiamo predisposto noi (insieme agli indirizzi e-mail dei Senatori). Anche in questo caso puoi anche decidere di utilizzare la nostra lettera o scriverne un’altra.
  4. Puoi farlo sul web. Firmando la nostra petizione e condividendola con i tuoi amici e conoscenti per far aumentare il numero dei firmatari.

Nei prossimi giorni inoltre organizzeremo altre iniziative per la consegna delle firme raccolte. Ne daremo notizia sul nostro sito e sui nostri account facebook e twitter e attraverso la nostra newsletter. Seguici (o iscriviti) per rimanere aggiornato su questa iniziativa.


Data

Title: Contro la nuova legge sulla legittima difesa, mobilitati con noi!
Link: http://www.rifondazione.it/primapagina/?p=36054
Source: Rifondazione Comunista
Organization:
Date: October 23, 2018 at 01:53PM

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Monday, 22 October 2018


ELEZIONI PROVINCIALI IN ALTO ADIGE ED IN TRENTINO: LE SPECIFICITà LOCALI, ISTITUZIONALI ED AUTONOMISTICHE, NON CANCELLANO LA SOSTANZIALE VITTORIA DELLA LEGA, L’ ARRETRAMENTO DEL PD E DEI 5 STELLE. LA SVP DOPO ANNI PERDE LA MAGGIORANZA ASSOLUTA  A BOLZANO; A TRENTO SI AFFERMA UN PRESIDENTE LEGHISTA.

SIGNIFICATIVA AFFERMAZIONE DELLA SINISTRA ALTERNATIVA AL COMUNE DI MARANO DI NAPOLI.

di Raffaele Tecce  -

Responsabile nazionale Enti Locali della segreteria nazionale PRC SE -

Le elezioni provinciali di domenica 21 ottobre u.s. a Trento e Bolzano sono certo fortemente caratterizzate da specificità locali, dovute anche alla legislazione di province autonome, ma in ogni caso esprimono un dato generale che è il forte avanzamento della Lega che beneficia sicuramente della politica governativa a differenza dell’ M5S.

A Bolzano la SVP dopo otre 50 anni perde la maggioranza assoluta, si afferma una lista di un ex grillino centrata sull’abolizione dei  cospicui stipendi e vitalizi (in TRENTINO ALTO ADIGE i due consigli provinciali compongono anche il consiglio regionale), il PD  viene fortemente ridimensionato ed hanno un affermazione significativa i Verdi Europei, che a Bolzano hanno un chiara connotazione di sinistra. In questo contesto la nostra lista SINISTRA UNITA, composta da PRC SE, Sinistra Italiana e molti indipendenti (Potere al popolo aveva optato per la non presentazione) paga il non radicamento nelle aree  tedesche, nonostante la presenza dello stimato capolista consigliere comunale di Merano David Augscheller. E’ presumibile, anche dalle prime dichiarazioni del Presidente uscente SVP, una giunta SVP-LEGA.

A Trento il candidato presidente leghista, sottosegretario governativo in carica, supera il 40% accedendo al premio di maggioranza, che permetterà una giunta monocolore, il PD viene fortemente ridimensionato e la Sinistra, pur rimanendo fuori dal consiglio provinciale raggiunge 2,63 % con la compagna Antonella Valer, che guidava una coalizione fra LEU Trentino (in polemica con l’MPD che appoggiava il PD) e L’ Altro Trentino a Sinistra (PRC SE ed indipendenti di espressione sociale). In sintesi a Trento la Provincia autonoma passa dal centro sinistra autonomista alla Lega.

I risultati dimostrano che è necessario costruire un’opposizione politica, sociale e culturale al governo Lega 5 stelle lavorando per una sinistra alternativa al PD ed a tutti i poli esistenti, a vocazione civica e popolare.

Si è votato anche in alcuni Comuni, il più rilevante dei quali è Marano di Napoli, che usciva da due anni di commissariamento per infiltrazioni camorriste.

A Marano di Napoli arrivano al ballottaggio una coalizione di centro destra (Lega esclusa, che pur arriva al 19 %) ed una coalizione di centro sinistra che arriva al ballottaggio con il 20 % ed all’interno della quale il PD però prende solo il 7 %.

Significativa affermazione della coalizione di sinistra alternativa che con il candidato sindaco compagno Mauro Bertini, già Sindaco Comunista per 10 anni, arriva al 16,51 % con l’ appoggio di due liste, L’altra Marano al 10, 8% e Potere al Popolo al 4,1%, eleggendo 3 consiglieri comunali. La scelta di non procedere con logiche settarie di autosufficienza ma cercando di unire la sinistra in alternativa al PD si è dimostrata efficace sul piano elettorale.

Si è  votato anche in 3 piccoli comuni calabresi, a Tropea e Rizziconi con liste civiche ed a Nicotra dove le elezioni sono state invalidate perché l’unica candidato sindaco non ha raggiunto la maggioranza assoluta.

Su questi risultati nelle prossime ore apriremo un analisi ed un approfondimento dettagliato, a partire dalla riflessione delle compagne e dei compagni dei territori.

Un ringraziamento della segreteria nazionale del PRC SE a tutte le compagne ed i compagni che si sono impegnati attivamente in questa difficile campagna elettorale.

 


Data

Title: Elezioni provinciali, un’analisi del voto
Link: http://www.rifondazione.it/primapagina/?p=36049
Source: Rifondazione Comunista
Organization:
Date: October 22, 2018 at 08:53PM

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Gregorio Piccin

Ad ogni orientamento di politica estera corrisponde una particolare organizzazione delle Forze armate e del comparto industriale di riferimento.

Dal 1991 l’Italia è un paese oggettivamente belligerante e schierato su scala planetaria sia in ambito Nato che a livello bilaterale con gli Stati Uniti. Dopo la fine della guerra fredda (momento storico davvero propizio per una concreta politica di disarmo) gli Stati uniti hanno rilanciato la loro struttura militare planetaria e la loro leadership nella Nato.

Questa struttura militare globale è stata immediatamente imposta come piattaforma di proiezione e standard industriale dove la capacità di “proiezione” è corrisposta ad uno stato di guerra permanente e lo “standard industriale” ha comportato lo sviluppo della tecnologia di punta, il rilancio della corsa agli armamenti e il salvataggio dei fatturati del comparto messi in crisi dalla sopraggiunta fine della guerra fredda.

Oggi oltre l’80% del mercato globale di armi e sistemi d’arma è monopolizzato dalle industrie occidentali (54,4% Usa e 25,5% Europa)[1]: risulta quindi abbastanza chiaro su chi ancora poggi la responsabilità per la corsa agli armamenti e per la belligeranza permanente. Se il mercato globale dei sistemi d’arma è ancora dominato da società statunitensi ed europee, tra le prime dieci aziende del settore ben tre sono europee: Airbus group (franco-tedesca), Bae Systems (inglese) e Leonardo (italiana).

La Nato e le sue guerre (compresa quella fredda 2.0) così come la più recente PeSCo sono fondamentali per far crescere i fatturati del comparto su entrambe le sponde dell’Atlantico e anche l’ipotesi remotissima di un esercito (professionale) europeo sarebbe inevitabilmente legata al mantenimento e sviluppo delle capacità industriali che garantiscono proiettabilità e digitalizzazione, a loro volta legate ad un profilo belligerante e neocoloniale.

 

La (contro)riforma delle Forze armate in senso professionale è stata la chiave di volta tecnica e giuridica di questa inedita belligeranza italiana/europea.

 

E’ nel quadro della partecipazione alla prima guerra del Golfo del 1991, che si comincia a prospettare chiaramente la “necessità”, per il nostro paese, di dotarsi di un esercito professionale reclutato esclusivamente su base volontaria.

 

“…Il modello Rognoni, fortemente influenzato dal Concetto strategico dell’Alleanza atlantica emerso dal vertice di Roma del 1991, affrontava i temi del riassetto e delle nuove funzioni delle forze Armate e degli obiettivi di medio e lungo periodo dell’intera politica di difesa. In esso, per la prima volta, la capacità di proiezione della forza assumeva una centralità assoluta. Lo strumento militare era ufficialmente divenuto uno strumento che il governo poteva legittimamente utilizzare in politica estera…”[2].

La vecchia postura territoriale e difensiva basata sulla leva, che gli Stati uniti avevano organizzato e sostenuto in Europa in funzione anti-sovietica era quindi obsoleta ed assolutamente inservibile per i nuovi scopi e le nuove dottrine. In buona sostanza bisognava rapidamente passare ad una nuova postura proiettabile/offensiva basata necessariamente sul volontariato professionale.

Esiste una letteratura ufficiale che comprova funzioni, scopi, obiettivi ed appunto “necessità” della professionalizzazione europea delle forze armate.

In Italia, già dai primissimi anni novanta, si approntò il così detto Nuovo modello di difesa  (NMD) per arrivare rapidamente, nell’arco di circa un decennio, alla sospensione (formalmente provvisoria) della leva.
L’ipotesi della professionalizzazione vinse praticamente a tavolino in primo luogo perché prospettò la promessa di liberare i giovani italiani dal fardello della leva obbligatoria (salvo “imporla” indirettamente ai disoccupati e ad una particolare fascia di territorio nazionale come unico sbocco occupazionale); in secondo luogo perché questa “riforma”, a suo tempo, mise d’accordo un po’ tutti:

 

a)    gli statunitensi che la esigevano per potere disporre, come già visto, anche delle forze armate italiane direttamente o indirettamente nei loro piani strategici post 89’;

b)    tutti i partiti rappresentati in parlamento con l’unica eccezione del Prc;

c)    le aziende del comparto industriale militare per ovvie ragioni legate all’aumento di commesse con alto valore tecnologico e quindi all’aumento dei dividendi per manager e azionisti (con i sindacati di categoria confederali in una posizione sempre opaca e sulla difensiva nonostante il calo costante dell’occupazione);

d)    il Terzo settore che vedeva comunque in parte risarcito il suo serbatoio di forza lavoro (prima garantito dall’obiezione di coscienza) con l’istituzione del Servizio civile nazionale e con una corposa esternalizzazione del servizio pubblico. Lo stesso Terzo settore che suggeriva al governo Renzi l’istituzione della “leva civile” (implicitamente parallela all’esercito professionale).

 

Il prodotto finito è quello che conosciamo oggi e che viene riconfermato nel Libro bianco della difesa: un moderno corpo di spedizione, integrato negli standard Nato (statunitensi), proiettabile ovunque nel mondo in un contesto operativo multinazionale interforze. A gestire meglio tutto questo servirà la realizzazione del così detto Pentagono italiano a Roma.

Una riorganizzazione e ridimensionamento della leva non venne nemmeno preso in considerazione.

Ad ogni tipo di esercito corrisponde un uso peculiare e l’uso di quello professionale (strutturalmente molto più costoso) è di tipo offensivo da spedizione.

L’esercito professionale trae il suo stesso senso d’esistere dall’essere impiegato come corpo di spedizione e occupazione, come il più adatto a svolgere questi compiti.

Le forze di occupazione, per loro stessa definizione, hanno la missione di presidiare e combattere permanentemente o temporaneamente in territori situati al di fuori dei confini nazionali.

La potenza o le potenze che invadono tali territori devono essere in grado di gestire avamposti, basi, aeroporti, rifornimenti e quindi devono disporre dello stesso personale per anni senza ricorrere alla mobilitazione generale che si dà in caso di guerra ufficialmente dichiarata (l’abitudine di formalizzare i conflitti è stata infatti abbandonata). Ecco quindi la necessità di una ferma volontaria di almeno quattro anni.

Come ci fanno notare due autori dell’Istituto Affari Internazionali:

“…Possedere capacità militari integrabili e bene equipaggiate è una pre-condizione, necessaria ma non sufficiente. Oggi, infatti, conta se queste capacità sono effettivamente impiegate, possibilmente al massimo livello di complessità, incluse operazioni combat. Se invece le capacità restano, per scelta politica, inutilizzate, allora diventano inutili come strumento di sostegno della politica estera e dello status internazionale dell’Italia. Non siamo più ai tempi della Guerra fredda, quando bastava “mostrare i numeri” ovvero presentare capacità teoricamente disponibili, anche a prescindere dal loro effettivo impiego. Oggi non è più così…”[3]
In parole povere: oggi dobbiamo sparare con tutto quello che possiamo produrre “…al massimo livello di complessità…” oppure di questo esercito professionale non ce ne facciamo proprio niente.

Con queste evidenze appare poco utile ridursi a chiedere il taglio di alcuni sistemi d’arma come gli F35 o le fregate FREMM. Prospettare e chiedere una riduzione della spesa rivolta alle tecnologie offensive di punta senza toccare la forma professionale delle forze armate è come avere una macchina da corsa e poi pretendere che funzioni col motore di una utilitaria.

 

Il Rischio interno.
Non di secondaria importanza sono le ricadute interne legate alla professionalizzazione delle ff.aa: dal 2004 il 100% del reclutamento dei nuovi poliziotti è riservato a chi abbia svolto almeno 5 anni di mestiere delle armi[4].
Questa (contro)riforma è stata introdotta per offrire una minima quota occupazionale a tutti quei soldati che non siano riusciti ad entrare in servizio permanente nelle Ff.aa.
Non bisogna incorrere nell’errore grave di pensare che chiunque indossi una divisa sia un macellaio dormiente in attesa di essere autorizzato ad agire: nelle Ff.aa e nelle forze di polizia esistono molte persone ragionevoli, non animate da pulsioni squadriste, che sicuramente obbediscono ma solo entro certi limiti. E’ tuttavia un fatto incontrovertibile che la professionalizzazione militare riduce di molto, specialmente nella truppa, il numero di queste persone.

E’ una questione oggettiva piuttosto che soggettiva.

Con la leva, i soldati della truppa erano prestati a quel servizio per un anno: la loro vita, la loro occupazione, il loro reddito, i loro orizzonti erano prima e dopo quell’anno. Per loro, in definitiva, la naja era una parentesi.
In un esercito professionale i soldati della truppa fanno di quel servizio un mestiere, il mutuo della casa lo pagano con lo stipendio del ministero della Difesa e con le missioni all’estero, la caserma è parte integrante della loro vita e quella occupazione è spesso l’unica occupazione possibile nella speranza legittima che la ferma “precaria” (volontario in ferma prefissata di quattro anni – VFP4) si trasformi in “posto fisso” (volontario in servizio permanente – VSP).
Gli arruolamenti vivono una crisi di vocazione nonostante la disoccupazione e ben due ministri della Difesa (Martino e Mauro) sono arrivati a suggerire la possibilità di arruolamento per gli extracomunitari con la carota della cittadinanza.

La “ricattabilità” sociale del soldato è l’ingrediente principale della professionalizzazione.
Si è di fatto trasformata la truppa in un corpo sociale materialmente separato dalla società e questo risulta essere uno dei tanti gravi arretramenti democratico-costituzionali dell’epoca che stiamo vivendo.


Il moderno esercito professionale (dal punto di vista democratico in realtà molto più arretrato di quello di leva) ha vinto a tavolino anche perché si è dimostrata la soluzione più collaudata e sicura che gli anglo-americani hanno sviluppato nel corso del secolo scorso. E’ la formula, elevata già da tempo a standard Nato, che garantisce ai governi un’ottima gestibilità del personale militare, anche e soprattutto in caso di morte sul campo dei soldati. La retorica e pomposità dei funerali di Stato accompagna ogni volta la salma del ragazzo di turno con un grande, ipocrita non detto: era un volontario, era il suo mestiere e la responsabilità dei mandanti politici, finanziari ed industriali può così sfumare.

Per tutte queste ragioni la professionalizzazione come modello organizzativo per le Forze armate andrebbe abbandonata in funzione di una coraggiosa riforma complessiva del comparto ispirata ad un più generale riassetto della politica estera e di recupero di sovranità democratica (e nazionale).

 

La riduzione del danno.

Una riforma delle Forze armate dovrebbe essere coerente ed organicamente collegata alla revisione sostanziale della nostra politica estera e industriale.

Questa riforma dovrebbe contemplare l’abbandono della professionalizzazione e la reintroduzione della leva (compresa l’obiezione di coscienza) ma evitando accuratamente di operare un nostalgico ritorno al passato.

La vecchia organizzazione militare (elefantiaca, clientelare ed inzuppata di nonnismo) era infatti ingessata dai piani strategici statunitensi del secondo dopoguerra che ne immaginavano una unica funzione: fanteria d’arresto da contrapporre all’eventuale dilagare dell’Armata rossa.

Oggi risulta sempre più chiaro che le vere minacce all’incolumità delle persone e al patrimonio pubblico e privato sono rappresentate dal montante caos climatico e dalle conseguenze ambientali del capitalismo: dissesto idro-geologico, alluvioni, terremoti, avvelenamento del suolo, dell’aria e delle falde, incendi.
Di fronte a tali minacce sarebbe opportuno che la logistica e l’organizzazione venissero rivolte e convertite, in prevalenza, ad un nuovo concetto di difesa territoriale/ambientale, che metta le Forze armate nelle condizioni di gestire sia aspetti di manutenzione e messa in sicurezza ambientale sia soprattutto le sempre più ricorrenti e spesso contemporanee fasi d’emergenza integrandosi, col supporto di uomini e mezzi, all’azione della Protezione civile, del corpo dei Vigili del fuoco, dei Corpi forestali delle regioni a statuto speciale e dei Carabinieri forestali (se mai diventeranno operativi dopo l’infausta legge Madia che ha sciolto la Guardia Forestale).
In questo senso sarebbe ragionevole studiare e promuovere la formazione di un nuovo esercito costituzionale, di leva, aperto a donne e uomini.
Ciò di cui si parla non è quindi l’esercito-carrozzone della guerra fredda, che chi ha fatto la “naja” può ricordare (compreso chi scrive), bensì una nuova organizzazione molto più leggera dal punto di vista militare: la massa di oltre trecentomila soldati che attendevano di difendere il paese da una più che improbabile invasione sovietica sarebbero oggi ancora più inutili di allora.
La nuova leva dovrebbe trattenere soltanto una quota minima dei/delle giovani per l’inquadramento militare e dovrebbe poter dirottare la maggioranza degli uomini e delle donne verso il servizio civile no-profit/pubblico e la Protezione civile (in fondo un anno da dedicare alla collettività non pare un’imposizione così illiberale).
La Protezione civile, che oggi si basa sul volontariato (con grossi limiti oggettivi), avrebbe a disposizione da una parte un organico che le consentirebbe di intervenire anche nella manutenzione ambientale in maniera efficace e continuativa, dall’altra il supporto di logistica, mezzi e personale che l’esercito potrebbe dispiegare nelle fasi di emergenza acuta.
Tale integrazione, potrebbe produrre risparmi consistenti, consentirebbe sinergie d’impiego in grado di colmare una cronica carenza di mezzi dedicati alle emergenze ambientali[5] riducendo la irrazionale moltiplicazione delle responsabilità, delle competenze, dei comandi, dei dirigenti, delle centrali operative, degli eli-aereoporti.

Potremmo avere a disposizione uno strumento popolare, meno costoso e più efficace di salvaguardia e difesa del territorio.

Esistono diversi esempi in questo senso[6]. Ma come non pensare anche al ricordo positivo che ebbero i terremotati friulani (sisma del 1976) della massiccia, fattiva e prolungata attività di soccorso, rimozione delle macerie e messa in sicurezza operata dall’esercito di allora e confrontarla con il ricordo, certo meno caro, dei terremotati abruzzesi, dove il moderno esercito professionale è stato sostanzialmente impiegato per sorvegliare la loro cattività nelle tendopoli.
Ciò di cui si parla è quindi un esercito che, senza perdere le sue capacità militari di difesa, sia nei fatti dual use; dove lo sviluppo dei sistemi d’arma sia esclusivamente rivolto alle contromisure difensive piuttosto che a macchine e assetti da supremazia aero-spaziale e navale e dove le specializzazioni si sviluppino attorno agli aspetti ingegneristici e medici; dove le esercitazioni non siano costosissime e provocatorie messe in scena di conflitti continentali targati Nato ma molto più semplicemente manovre integrate esercito/Protezione civile.
Un esercito in grado di essere dispiegato all’estero, in un nuovo contesto di relazioni internazionali, in missioni di esclusiva e sostanziale interposizione e di competente supporto logistico-medico-umanitario anche nelle crisi ambientali.

Riportare la forma ed il senso delle nostre Forze armate nell’alveo costituzionale, al di là dell’aspetto etico, dovrebbe quindi permettere un enorme risparmio di risorse e di logistica ed un più utile e razionale impiego di mezzi e uomini per affrontare le “minacce” di cui sopra.

Volendo recuperare anche l’aspetto etico, preponderante rispetto a quello meramente strumentale, risulta indispensabile recuperare un approccio organico e propositivo alla questione che sappia andare oltre la contestazione (storicamente ridotta ai minimi termini) e che permetta di intervenire sulle nostre pesantissime responsabilità di guerra.
Risulta difficile isolare la politica estera da quella militare e più in generale dalla definizione di nuovi piani per l’energia, l’industria e l’agricoltura, per i trasporti e la mobilità, per il rifornimento strategico delle materie prime.

Tutto ciò nella più ampia prospettiva di costituire un polo neutrale all’interno dell’Europa stessa con forti capacità di attrazione sia verso paesi europei non legati al mantenimento di politiche neocoloniali, sia verso il Mediterraneo, sia verso paesi ubicati in altri continenti ricchi di risorse ma alla ricerca di nuove tecnologie, di scambi equi e di cooperazione: un grande, incerto ma indispensabile ricollocamento strategico.

Il tema di una riforma strutturale dello strumento militare dovrebbe essere posta come punto costituente al pari della revisione dei trattati di Maastricht e Lisbona, della struttura e natura della Bce, ossia di tutte le questioni che hanno a che fare con il recupero ed il rilancio della sovranità democratica e popolare.
Per ciò che riguarda l’Italia questa riforma consentirebbe di agire su diverse questioni:

1)    renderebbe le Forze armate strutturalmente inservibili alla Nato, ad operazioni di guerra e occupazione, più in generale ad un profilo neocolonialista;

2)    “accontenterebbe” il terzo settore con la reintroduzione dell’obiezione di coscienza (istituto di civiltà universale e linfa vitale del no profit);

3)    permetterebbe una conversione della logistica e della organizzazione militare verso una immediata ed efficace compatibilità con la Protezione civile;

4)    permetterebbe di aprire un ragionamento meno bellicista sul futuro di Leonardo;

5)    porterebbe ad un consistente risparmio di risorse nel quadro di nuove sinergie d’impiego;

6)    imporrebbe una revisione/rescissione degli accordi bilaterali che regolano la cessione di territorio nazionale per basi e strutture straniere;

7)    ci obbligherebbe a ridefinire una nuova politica estera e commerciale basata sulla cooperazione strategica piuttosto che sulla difesa in armi degli interessi strategici con ciò ridimensionando concretamente le cause delle tragiche migrazioni umane a cui stiamo assistendo.
La leva non eliminerebbe la possibilità di un uso anticostituzionale delle forze armate ma di certo lo potrebbe inibire verso l’interno e lo potrebbe impedire verso l’esterno. Una riforma che punti alla reintroduzione della leva come più sopra accennata potrebbe incontrare un consenso inaspettato e trasversale anche a livello politico. Di certo, all’interno del processo di privatizzazione della guerra, quello delle forze armate è uno dei punti in cui le contraddizioni possono essere agite con intelligenza perché il tema è sentito e la disaffezione strumentale verso di esse è notevolmente cresciuta. Anche all’interno delle stesse Ff.aa aleggia un comprensibile malumore per la pesante politica di tagli al personale in favore delle macchine (e dei profitti industriali).

La crisi economica, l’incessante susseguirsi di emergenze ambientali, i costi del nostro avventurismo militare hanno già modificato la fiducia popolare nel tricolore armato spedito a destra e a manca per il mondo al seguito degli statunitensi.

Se si agisse sulla sfiducia strumentale in questo esercito prospettando una alternativa credibilmente più utile, razionale e meno costosa si potrebbe incrociare anche il favore di quegli enti locali e dei loro sindaci che in tutti questi anni si sono trovati ad affrontare le emergenze ambientali e gli eventi calamitosi con mezzi inadeguati.
L’effetto potrebbe essere dirompente o comunque certamente in grado di increspare non poco la linearità del folle piano egemonico che continua a sovrastarci indisturbato.

 


[2] Valerio Briani, La revisione dello strumento militare, Istituto affari internazionali, novembre 2012, pag.5

https://ift.tt/2CZ0z9d

[3] Michele Nones e Alessandro Marrone, La trasformazione delle Forze armate: il programma Forza NEC, Istituto Affari Internazionali, ed. Nuova Cultura, 2011, pag. 57

[4] Il processo di (ri)militarizzazione delle forze di polizia che ha accompagnato la professionalizzazione delle forze armate, in tempi di cavalcante autoritarismo istituzionale, è molto più grave di quanto si possa pensare. Si veda il puntuale intervento del magistrato Domenico Gallo al convegno nazionale del Siulp a Bologna, 21 ottobre 2005.
http://www.laboratoriopoliziademocratica.org/rep_fot_iniz/domenico_gallo_bologna.pdf.
Si veda anche Al di sotto della legge, di Luigi Notari con Mauro Ravarino, ed. Gruppo Abele

[5] Nel documento della Presidenza del consiglio dei ministri/dipartimento di Protezione civile del 15 giugno 2015 (http://www.protezionecivile.gov.it/resources/cms/documents/Direttiva_AIB_2015.pdf) si evince che i mezzi aerei anti incendio boschivo di cui dispone lo stato sono in totale 22: 14 aerei CL-415 (Canadair), 2 elicotteri S-64, 3 elicotteri AB-412, 2 elicotteri AB-212, 1 elicottero AB-205.  Ogni regione dispone poi il costosissimo noleggio da ditte private di piccoli elicotteri ad integrazione del parco aereo nazionale gestito dal COAU (Centro operativo aereo unificato).


Data

Title: Una nuova politica della difesa per una concreta riduzione del danno
Link: http://www.rifondazione.it/primapagina/?p=36045
Source: Rifondazione Comunista
Organization:
Date: October 22, 2018 at 12:58PM

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Sunday, 21 October 2018


Venerdì 19 ci ha fatto visita presso la direzione nazionale il compagno Sunil Handunneththi, parlamentare e componente dell’ufficio politico del Fronte Popolare di liberazione dello Sri Lanka (JVP) accompagnato da Sudath Adhikari, del Comitato Centrale del JVP e organizzatore per l’Italia del partito.

All’incontro hanno preso parte il segretario nazionale Maurizio Acerbo e il responsabile esteri Marco Consolo.

Abbiamo avuto una lunga e approfondita discussione sulla politica internazionale, la situazione politica nei due paesi, e su come rafforzare i legami e la collaborazione tra i due partiti.

Come già accade per altre formazioni politiche comuniste e socialiste di tutto il mondo abbiamo dato la nostra disponibilità a intensificare il lavoro comune anche in considerazione dell’impatto della crescita del razzismo e della xenofobia sulle comunità che vivono in Italia.

La comunità dello Sri Lanka in Italia conta circa 100.000 lavoratrici e lavoratori tra i quali vi sono numerosi militanti e simpatizzanti del JVP.

Da comunisti e internazionalisti non possiamo che mettere a disposizioni le nostre sedi per riunioni e incontri e verificare ogni possibile collaborazione sul terreno politico, sociale e sindacale.

(a cura del dipartimento esteri PRC SE)

 Un resoconto dell’incontro su Lanka Truth:

http://www.lankatruth.com/en/2018/10/leaders-of-jvp-italian-communist-party-meet/

 


Data

Title: Incontro con JVP (Sri Lanka)
Link: http://www.rifondazione.it/primapagina/?p=36038
Source: Rifondazione Comunista
Organization:
Date: October 21, 2018 at 04:39PM

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Friday, 19 October 2018


Rete delle Città in Comune

Il Comune di San Giuliano Terme è il primo in Italia a concedere la cittadinanza onoraria al sindaco di Riace Mimmo Lucano, grazie all’impegno dei consiglieri aderenti alla Rete. Adesso avanti con la manifestazione nazionale antirazzista e a sostegno di Lucano e del modello Riace

19 ottobre. Il Comune di San Giuliano Terme è – a quanto ci risulta – il primo comune d’Italia che concede la cittadinanza onoraria a Domenico Lucano, il sindaco di Riace. Un segnale importantissimo, del quale ringraziamo l’amministrazione del comune pisana, a cui si è giunti grazie all’impegno dei consiglieri comunali Barbuti, e Michele Antognoli (L’altra San Giuliano), aderenti alla nostra Rete, tramite la presentazione e successiva approvazione di un ordine del giorno ad hoc. Una iniziativa – quella della concessione della cittadinanza onorario al sindaco della cittadina calabrese – che stiamo promuovendo in queste ore nei consigli comunali ove siamo presenti (quindi in moltissimi comuni d’Italia), aderendo e facendo nostra quindi la campagna in questa direzione lanciata da ReCoSol. Solo l’ultima delle tappe, questa, del nostro impegno per la difesa ed il rilancio del “modello Riace” e del sindaco Mimmo Lucano (già avevamo presentato a suo tempo mozioni di solidarietà e di sostegno nei consigli comunali). Riteniamo infatti che vada compiuto il massimo della pressione istituzionale e politica – diffusa su tutto il territorio nazionale – perché la partita in corso è la non cancellazione di un esperienza che non solo parla di giustizia umana e sociale ma, dimostrando anche di “funzionare”, mette in crisi la narrazione che ci viene drammaticamente propinata dal governo e – per omissione o per avvio a suo tempo della stessa strada – da (parte) dell’opposizione. Per questo aderiamo e ci stiamo impegnando anche sulla raccolta fondi per il modello Riace, stiamo sostenendo le sollecitazioni alle massime autorità dello Stato perché escano da un “imbarazzante” silenzio sulla vicenda, aderiamo o promuoviamo petizioni popolari locali, nonché useremo tutti gli strumenti istituzionali e di mobilitazione affinché si realizzi (bene) la prossima manifestazione nazionale anti razzista e appunto a difesa di Lucano e del modello della cittadina calabrese.

La Rete delle Città in Comune

ODG CITTADINANZA RIACE

SCARICA QUI IL FILE WORD: odgcittadinanzaRIACE tipo generico

IL CONSIGLIO COMUNALE DI ……

Considerato

L’avvenimento gravissimo, che richiede certo una piena solidarietà al sindaco di Riace, ma anche una mobilitazione diffusa nel paese affinché – invece di moltiplicarsi, per modalità e gravità, il tentativo di distruggerla – si salvi l’esperienza di accoglienza e integrazione del piccolo comune calabrese. Un esempio non un problema!
Con riferimento alle misure di custodia cautelare per il sindaco di Riace e per la sua compagna, messe in atto il 2 Ottobre sempre in merito all’utilizzo dei fondi per la “gestione” dei migranti.

Esprimendo
pieno rispetto per il lavoro della magistratura, ma dopo i plurimi tentativi di far fallire quell’esperienza nei mesi scorsi, dopo il tentativo di distruggere il sistema SPRAR, di colpire le ONG con accuse poi dimostratesi infondate, di militarizzare e criminalizzare i migranti grazie a questo (e con il precedente non certo immune da gravissime colpe) governo e in particolare ai decreti Salvini, quanto accaduto ieri non può non far venire il sospetto che sia un ulteriore tappa della “strategia della tensione” sul tema migranti, contro ogni esperienza in controtendenza e positiva. Per poi passare all’incasso dopo aver cavalcato la paura e l’incertezza.

Auspicando che
Chi (istituzioni, forze politiche, sociali, singoli) si era strinto attorno a Riace e al proprio sindaco nei mesi scorsi lo faccia adesso ancora di più in nome degli ideali di accoglienza, giustizia e civiltà.

Tenuto conto che
Nonostante l’arresto disposto, il gip, infatti, non risparmia bacchettate alla Procura non accogliendo 14 richieste di arresto su 15 e rigettando sette accuse mosse a Lucano. A cominciare da presunte irregolarità nella gestione dei flussi di denaro pubblico destinati alla gestione dei migranti, ipotizzato dai pm, ma sui quali il gip rileva che «ferme restando le valutazioni già espresse in ordine alla tutt’altro che trasparente gestione, da parte del Comune di Riace e dei vari enti attuatori, il diffuso malcostume emerso nel corso delle indagini non si è tradotto in alcuna delle ipotesi delittuose ipotizzate». Ma il gip si spinge anche oltre parlando di congetture, errori procedurali, inesattezze di inquirenti e investigatori, che lo hanno portato a rigettare la richiesta di ordinanza per i reati più gravi: associazione per delinquere, truffa, falso, concorso in corruzione, abuso d’ufficio e malversazione. Decisioni che non sono piaciute a D’Alessio che ha già annunciato ricorso al riesame contro il gip.

Ed inoltre

Che la superficialità e spregiudicatezza con cui sono state condotte altre indagini analoghe sulle ONG, che si occupavano di salvare in mare Vite Umane, non hanno portato a nessun risultato di rilevo penale ma bensì hanno determinato, nel combinato disposto con l’inumana campagna pubblicitaria lanciata dal governo denominata “Porti Chiusi”, l’aumento disastroso delle morti per annegamento di disperati in rotta sul Mediterraneo

Esprime

Solidarietà e fiducia piena a Mimmo Lucano Sindaco di Riace

Ammirazione per l’esperienza RIACE, sistema di accoglienza studiato nel mondo e che ha contribuito a rimettere al centro del dibattito sul tema migranti la centralità della Persona e della dignità umana

impegna il Sindaco e la giunta comunale

ad attivare le procedure per il conferimento di cittadinanza onoraria la Sindaco di Riace Mimmo Lucano

I Consiglieri


Data

Title: Rete delle Città in Comune, conferita per la prima volta la cittadinanza onoraria a Mimmo Lucano
Link: http://www.rifondazione.it/primapagina/?p=36034
Source: Rifondazione Comunista
Organization:
Date: October 19, 2018 at 06:22PM

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